Processo agli sfascisti

Antonio Ingroia ha avuto veramente naso quando ha deciso di lasciare in fretta e furia la gloriosa trincea di Palermo per trovare riparo in quel meraviglioso “luogo dei mille alberi” che è il Guatemala. Certo, lì dovrà pure vedersela con i narcos  e con i  “corpi illegali della sicurezza” sopravvisuti alla guerra civile ma, almeno per un anno, eviterà di entrare nel mirino di quei parrucconi brutti e cattivi che, sparsi tra il Quirinale e il Palazzaccio di Roma, vogliono a tutti i costi dimostrare che la tanto cantata inchiesta sulla Trattativa non è altro che fuffa.
19 AGO 20
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Antonio Ingroia ha avuto veramente naso quando ha deciso di lasciare in fretta e furia la gloriosa trincea di Palermo per trovare riparo in quel meraviglioso “luogo dei mille alberi” che è il Guatemala. Certo, lì dovrà pure vedersela con i narcos e con i “corpi illegali della sicurezza” sopravvisuti alla guerra civile ma, almeno per un anno, eviterà di entrare nel mirino di quei parrucconi brutti e cattivi che, sparsi tra il Quirinale e il Palazzaccio di Roma, vogliono a tutti i costi dimostrare che la tanto cantata inchiesta sulla Trattativa non è altro che fuffa e che la tanto osannata procura palermitana, più che un presidio di legalità, somiglia sempre più a un meraviglioso “luogo dei mille abusi”. L’ultimo segnale arriva dalla Cassazione. Dove il procuratore generale, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, ha incaricato il sostituto Mario Fresa di verificare se il diretto superiore di Ingroia, Francesco Messineo, e il suo braccio destro Nino Di Matteo abbiano o meno violato la riservatezza delle indagini. O, meglio, di quella particolarissima indagine sulla quale gli amici più stretti di Ingroia hanno intessuto una violenta campagna di stampa contro il Capo dello Stato, colpevole ai loro occhi di avere concesso udienza all’ex ministro Nicola Mancino e di avere poi sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale.
L’iniziativa di Ciani muove direttamente dalla lettura dei giornali e in particolare di Repubblica sulle cui pagine Messineo e Di Matteo hanno prima confermato l’esistenza delle intercettazioni nelle quali è rimasta intrappolata la voce di Giorgio Napolitano; e poi hanno tentato di rattoppare il buco con considerazioni dal retrogusto a dir poco sgradevole. Basta ricordare le parole di Di Matteo. Quando la giornalista gli chiede se quelle conversazioni, già di per sé illegali, verranno distrutte, lui risponde con la raffinatissima arte, tutta siciliana, del dire e non dire, una formuletta pesantemente allusiva che ha messo in guardia il Quirinale: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’istaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte. Quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Così ha detto.
Il procuratore Ciani, comunque, non entra nel merito: sarà compito della Consulta, a settembre, stabilire se Ingroia e la sua squadra potevano intercettare e valutare le parole del presidente della Repubblica. Prima di passare il fascicolo al Csm, però, vuole che il suo sostituto accerti se l’intervista di Di Matteo fosse stata o meno autorizzata da Messineo. Dopo di che spetterà all’organo di autogoverno dei giudici stabilire le responsabilità e decidere le eventuali sanzioni. Una cautela eccessiva quella di Ciani. Se il procuratore generale pensa che i magistrati palermitani hanno violato il segreto istruttorio non può limitarsi a proporre l’azione disciplinare. La violazione del segreto è un reato e, in quanto tale, perseguibile in sede penale. La ridotta anarco-giustizialista di Palermo ha già avuto molte deroghe: gli si è concesso di tenere comizi in piazza, di partecipare come “partigiani” ad assemblee di partito, di insultare le istituzioni della Repubblica, di dare gloria e copertura ai pataccari, di perdere tempo e soldi con una inchiesta senza prove, senza movente e senza fattispecie di reato. Non si può anche far passare il principio che l’obbligatorietà dell’azione penale vale per tutti tranne che per loro.